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mercoledì 28 luglio 2010- Yerevan- Sull'antico monastero di Khor Virap (XVII sec.) domina la cima innevata del Monte Ararat, il luogo in cui la tradizione biblica vuole che Noè abbia costruito la sua arca, salvando ogni specie animale dal diluvio universale. Sotto il monastero, vi sono venditori di pannocchie e frutti esotici. Anche noi abbiamo la nostra arca di pace da mettere in salvo. Degli uomini stringono in pugno delle colombe: un dram per regalare loro la libertà. Sono Dato ed Anna, circondati da tutti gli studenti, ad involarle verso il cielo limpido di questa magnifica regione. Delle scalette ripide, fissate alla parete di un buco, conducono ad un pozzo profondo, (in armeno, "Khor Virap"), nel quale San Gregorio L'Illuminatore venne imprigionato dal re per dodici anni. Il santo, primo Katholikos della Chiesa apostolica armena, dopo aver salvato il Re da una malattia, iniziò a costruire sopra i templi pagani le chiese. Delle tante opere pagane che vennero distrutte nel IV sec., quando la religione cristiana divenne ufficiale, è sopravvissuto in Armenia solamente il bellissimo Tempio di Garni. La musica ci accoglie in questo luogo incoronato dall'immensità dei monti caucasici, regalandoci un'Armenia che non avremmo mai potuto nemmeno sognare. L'impronta del forte impatto emotivo impressasi in noi dopo la visita al museo del genocidio armeno, però, è difficile da rimuovere. Una cuspide veglia sopra il fuoco della memoria che, silente, racconta con pudore la cicatrice dell'ingiustizia. La nostra presenza, attorno al fuoco, ci ricorda tutto ciò che non sappiamo e non possiamo impedire. Il terrore dell'inumano è nelle foto, è nei dipinti, che conducono nel profondo oscuro della verità. La storia, il ricordo, i monti, la pietra, il profilo inconfondibile di uomini e donne che continua a rinascere nelle generazioni, la bellezza e l'emozione di una terra che vorremmo poter portare via con noi. Tutto questo è il sapore dell'Armenia. Az
Foto di Luca Pighini
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