| Nella terra contesa:è fatta! |
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| Domenica 25 Luglio 2010 09:35 |
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22 luglio 2010- Occhiate diffidenti ci perquisiscono già da lontano: snidati dalle loro abitazioni, lontani dalle loro esistenze, alcuni uomini sostano di fronte al posto di blocco. Tbilisi è lontana: qui è la campagna, sono le mucche, sono i volti degli uomini banditi dalla possibilità di andare avanti, a comandare.Il ricordo del conflitto, qui, è vivo più che altrove. Il tempo non basta a cancellare l’animosità, il sospetto, il timore che il nemico si avvicini.Le case svuotate dalla guerra, i volti scuri segnati dalla rabbia- i segni dei torti perpetrati rimangono indelebili su questa terra e nei visi di questa gente. L’imperativo, prima di scendere dall’autobus, è non fare movimenti bruschi. Ci siamo dati il cinquanta per cento di possibilità di potercela fare. E’ la prima volta che un gruppo di studenti stranieri oltrepassa insieme la linea del conflitto tra la Georgia e la Repubblica Autoproclamatasi Indipendente di Abcasia.
Al posto di blocco georgiano, grosse vacche muggiscono, i cani si azzuffano, mentre noi attiriamo l’attenzione di tutti e veniamo lentamente circondati dagli occhi dei militari. Osservano attentamente le nostre macchine fotografiche ed ogni nostro movimento.
L' ostilità e la diffidenza di questa gente porta con sè , ancora fresco, il sapore di chi ha conosciuto l'ingiustizia del conflitto.
Oltrepassiamo lentamente la sbarra sulla quale è posto un divieto e qualcuno dice “Italianisce”, “Roberto Baggio!”: così, adesso, ci sembrano meno temibili.
La vista dei mitra allineati in un angolo del gabbiotto dove, uno ad uno, vengono controllati i nostri passaporti, tradisce però la nostra inquietudine.
Dato parla con i militari che controllano i nostri documenti ed ogni tanto leggono i nostri nomi storpiandoli per stemperare la tensione ma senza mai sorridere.
In questo luogo, infatti, nessuno vuol contraddire la ritualità del conflitto, la seria e greve atmosfera del controllo.
In breve, otteniamo tutti i nostri passaporti. Tra il posto di controllo georgiano e quello della regione abcasa c’è una strada lunga un chilometro, da percorrere interamente a piedi. L’unico mezzo autorizzato a passare di lì è un carretto coperto di stracci, guidato da un cavallo gracile, che trasporta le valigie. Mago e Maga caricano la nostra montagna di bagagli e poi saltano sul carretto, rimanendo con le gambe penzolanti a guardare la strada percorsa allontanarsi.
Lungo la via ci sono dei militari in una tenda: qualcuno si sta rivestendo, qualcun altro esce fuori a guardarci. Mi chiedo chi abbia posto lungo questa via il monumento che ritrae un’ enorme pistola di ferro con la canna annodata e accartocciata verso l’alto. Gli uccelli cinguettano dentro il suo caricatore e vi hanno fatto il nido.
Trecento metri a piedi per attraversare la via lungo la quale le parti del conflitto si guardano in faccia.
Il ponte che appartiene ai carretti, ai raminghi con i loro berretti schiacciati sulle teste e alle donne nei loro abiti scuri, ci apre alla vista di una terra magnifica.
Il greto del fiume e una infinita distesa di montagne accolgono mandrie di cavalli e prati verdi. Ecco finalmente la terra contesa. La terra sulla quale ognuno reclama la sua legittimità di possesso, in verità, in questo momento, è solo delle mucche e dei cavalli che numerosi vi vivono liberi.
A cancellare i timori e le preoccupazioni, dall’altra parte del conflitto, troviamo il nostro Kan.
“Ci salutiamo dopo”, dice, con l’aria di un uomo già fatto. In questo luogo, è difficile ricordare il suo modo di ridere con la spontaneità di un bambino.
“Adesso, tutto quello che conta”, continua Kan, “è passare dall’altra parte!”.
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Foto di Silvano Monchi
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