| Visita al campo profughi: la consegna dei 14 Punti ai bambini |
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| Sabato 17 Luglio 2010 16:21 |
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Foto di Cristiano Proia Baku- sabato 17 luglio 2010- Ecco la Baku che aspettavo. La Baku che mi ha fatto rinascere. La città si è scoperta, si è fidata. Si è aperta finalmente alla verità. Lo skyline notturno della città ha voluto aspettare, prima di darci alla vera Baku. Doveva prima battezzarci l’acqua del Mar Caspio, perché poi, oggi, si aprissero le strade e Baku ci consegnasse ai suoi abitanti. Affacciati ai balconi, allineati sui marciapiedi, volti e rughe di uomini segnati da un sole diverso. Tutti in strada per guardare noi. Il “viaggio di amicizia”: è solo oggi che questo titolo rivela pienamente tutto il suo senso. E’ solo adesso che questa delegazione scopre la felicità a Baku. File di panni si stendono lunghe tra le casette fatiscenti e gli alberi. Cocomeri e ambulanti, discreti, quasi invisibili. Questa Baku è interamente loro: delle persone, delle loro storie. Il campo profughi è l’angolo più emozionante e nascosto di questa città. Ci invitano a visitare le loro abitazioni. Forse non eravamo preparati a tutto questo. Forse non lo si è mai. Ci è voluto un attimo, però, perché mi togliessi quello sguardo intimidito di dosso. La dignità e l’autoconsapevolezza di queste persone non merita occhi impietositi. Meritano il sorriso di questi sconosciuti che provengono dall’Italia, il gioco e lo scherzo. Perché di questo, ho scoperto, loro sono più capaci di noi. Infatti, Franco Vaccari è finito vittima di una pistola giocattolo di un bambino bellicoso che ha capito che ogni Presidente che si rispetti ha subito un tentato omicidio. Ci fanno passare dai corridoi, tra le loro scarpe. I più giovani, li sento nudi e inermi. I bambini si nascondono dietro le tende con gli occhi di chi ha già capito molto a fondo il nostro profondo disagio: il nostro essere ed il nostro fare non riescono ad essere adeguati di fronte alla loro storia. I più grandi, no. Per loro è diverso. Quella è la loro casa. Una sola stanza per una famiglia di quattro persone ma lo spazio per le ceramiche, allineate nelle vetrine, da tramandare alle proprie figlie, è l’altare delle loro vite. E’ stato chiesto ad una ragazza, giovane studentessa universitaria, quale sia il suo sogno. Ha risposto tornare nella sua propria casa, in campagna. Franco, quasi a voler dire che si ha diritto ad un secondo sogno, personale, quando si ha una storia così forte a segnare profondamente le proprie esistenze e ad occupare tanto spazio nel proprio futuro, le ha chiesto di esprimere anche un altro suo desiderio. Vuole studiare in Italia, a Rondine. Spero che tenga sempre nel pugno il suo diritto ad avere un secondo sogno, per sempre. Una bambina ha i codini più buffi che io abbia mai visto, dritti sulla fronte, la tosse ed un po’ di sangue dal naso. E’ il più bel diavoletto del posto. Trottano a frotte fuori dalle loro abitazioni. I maschietti con i kalashnikov di plastica, in cerca di uno straniero da stendere e di una foto per fare un sorriso. I giovani vorrebbero parlare, vorrebbero conoscere questa gente che viene da fuori per una visita che resterà per sempre nei racconti delle loro famiglie. Per la prima volta sappiamo davvero cosa sia il Caucaso e chi siano i nostri studenti. Maga gioca con i piccoli e le pistole. E’ il dio dei bambini di Baku, questo ceceno che somiglia ad un guerriero della pace. Aleko, Magomed, Dato, nel loro Caucaso, tra questa gente, sono quelli che ce l’hanno fatta. C’è qualcosa di diverso in loro, qui, a Baku. Sono quelli che sanno, quelli che conoscono davvero e a fondo. Sono quelli che sono tornati. Quelli che hanno in tasca un talento, quelli che hanno in tasca una maledizione: non riuscire a cambiare tutto, subito, adesso, per tutti, per tutti quanti loro. Dovevate vederli, Guy, Rouba, Anna, Mago e Maga, Aleko, Tanja e Dato, quando hanno consegnato i 14 Punti ad un Presidente- Bambino dell’Azerbaijan, sulla panchina di un quartiere di periferia. Az
Photos by Angela Zurzolo |
















